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Orari di apertura

Lun/Ven: 9-19

C’è un momento in cui pensiamo di avere tutto sotto controllo. Abbiamo il piano perfetto, l’agenda organizzata e la convinzione che, se sistemeremo quel mobile o faremo quella telefonata, tutto andrà a posto.

Io oggi avevo un piano. Doveva essere il giorno della “pulizia finale”. Un camion per svuotare il garage dai resti di una storia finita e un appuntamento importante per rimettere ordine nei pensieri. Volevo anche recuperare due piccoli legnetti colorati: erano i pezzi di un vecchio gioco fatto a mano con mio figlio, le uniche schegge di gioia rimaste incastrate in un armadio che non volevo più vedere.

Ma la vita ha deciso di fare di testa sua, ignorando il mio programma.

Il camion è arrivato in anticipo, portandosi via i miei ricordi a colori prima che potessi recuperarli. L’appuntamento è saltato. Mi sono ritrovata in una chiesa, a chiedere un segnale, una mappa per l’anima. E sapete qual è stata la risposta? Il silenzio. Un silenzio che inizialmente mi è sembrato un fallimento totale.

Non potevo fare a meno di chiedermi: e se i segnali che cerchiamo disperatamente fuori fossero solo il rumore che ci impedisce di ascoltare quello che abbiamo già dentro?

Eppure, è proprio quando il mio “piano perfetto” è andato in frantumi che è successo l’imprevedibile.

Sono tornata a casa e ho smesso di lottare. Ho smesso di rincorrere il tempo e di pretendere che tutto andasse come avevo deciso io. Ho scelto di fare un passo indietro, di creare uno spazio di silenzio e di rispetto per i tempi di chi amo.

In quel preciso istante, senza che ci fosse bisogno di una sola parola, ho ricevuto l’abbraccio che nessuna seduta programmata avrebbe mai potuto darmi. Un abbraccio che sapeva di pace e di tregua.

Forse la felicità non è avere tutto sotto controllo. Forse la felicità è quel momento in cui accetti che l’armadio è andato e il garage è vuoto, ma le tue braccia sono finalmente libere di stringere quello che conta davvero.

E allora mi sono chiesta: per fare spazio al futuro, dobbiamo davvero perdere anche i pezzi che ci piacevano? O forse, per camminare dritti, l’unica cosa di cui abbiamo bisogno è smettere di trascinarci dietro il peso di quello che “avrebbe dovuto essere” per godersi quello che, finalmente, è?

Sonia.

Mentre guardavo quel camion portarsi via i resti di un armadio che un tempo conteneva le mie speranze (e molti vestiti sbagliati), non potevo fare a meno di chiedermi: siamo noi a possedere i nostri ricordi, o sono i nostri ricordi a possedere noi?

Avevo pianificato tutto. La psicologa, i tempi, e persino il salvataggio di due piccoli legni colorati pezzi di un gioco dipinto a mano con mio figlio, l’unico barlume di gioia rimasto incastrato tra le assi di quel vecchio mobile. Volevo tenerli come reliquie di un passato che non c’è più. Ma la vita, ha deciso di fare di testa sua. Il camion è arrivato prima. Lo psicologo è rimasto un appuntamento vuoto. E i miei legnetti? Finiti nel tritacarne del ‘nuovo che avanza’.

Mi sono ritrovata in una chiesa, a chiedere a Dio un segnale, una mappa, un navigatore satellitare per l’anima. E sapete qual è stata la risposta? Il silenzio.

Ma poi sono tornata a casa. Ho smesso di lottare. Ho chiuso gli scuri, ho rifatto un letto e ho promesso di non insistere più. E in quel preciso istante, ho ricevuto l’abbraccio che nessuna seduta di terapia avrebbe mai potuto darmi.

Forse la felicità non è avere tutto sotto controllo. Forse la felicità è quel momento in cui accetti che l’armadio è vuoto, il garage è polveroso, ma le tue braccia sono finalmente libere di stringere quello che conta.

E allora mi sono chiesta: per fare spazio al futuro, dobbiamo davvero lasciar andare anche i pezzi che ci piacevano? O forse, per camminare dritti, l’unica cosa di cui abbiamo davvero bisogno è smettere di trascinarci dietro il peso di quello che ‘avrebbe dovuto essere’?

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