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“Non ce la faccio!” Quante volte una persona prigioniera di una dipendenza ripete queste parole? Alcol, fumo, cibo, gioco d’azzardo, schermi, droga, relazioni tossiche. Sembrano mondi lontani, ma la domanda che dobbiamo farci è: la motivazione che le crea è diversa o è sempre la stessa?

Negli anni, parlando con molte persone per lavoro e per vita vissuta, mi sono resa conto che, seppur l’oggetto del desiderio cambi, la causa è quasi sempre la stessa.

Ricordo un uomo che finì in comunità. Solo dopo il percorso di guarigione divenne consapevole del perché avesse iniziato: voleva solo superare la sua timidezza. Quella dose gli dava la spavalderia che non aveva, gli permetteva di parlare con le ragazze e di sentirsi divertente con gli amici. Voleva solo essere accettato.

E poi ricordo una donna che soffriva di disturbi alimentari. Era cresciuta senza una famiglia stabile. Quella bambina sola e mai “vista” era ancora lì, dentro al suo corpo di adulta. Per non sentire quel vuoto, ingurgitava quantità enormi di cibo per poi correre a vomitare in bagno, da sola.

Non sono un medico, ma conosco le storie. Conosco le persone che le hanno abitate. Insicurezza, sofferenza, fragilità, dolore, delusione, paura. Quando queste emozioni diventano troppo pesanti da accogliere o gestire, cerchiamo di soffocarle. Se soffri di solitudine, proverai a riempire la tua vita con chiunque. Se hai un vuoto nel petto, proverai a riempirlo con il cibo.

La verità è che dietro ogni dipendenza c’è una disperata ricerca di pace.

Ma la domanda che dobbiamo porci oggi è: quella pace, la stiamo cercando fuori o stiamo imparando a costruirla dentro di noi? Qual è il vuoto che oggi stai provando a riempire? Raccontamelo, se ti va. Non sei sola.

Sonia

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